Le parabole del Vangelo: storie che cambiano il cuore

Le parabole del Vangelo: storie che cambiano il cuore

Un catechista spiegando a un gruppetto di ragazzi la parabola del buon samaritano (cf. Lc 10,25-37) si è sentito chiedere da un ragazzino: «Ma io non sono un prete e neppure un dottore della Legge, perché dovrei fermarmi ad aiutare?». Il catechista si è come fermato, immergendosi in un profondo silenzio, seppur della durata di solo qualche istante. Gesù, al contrario del catechista, non si è mai fermato, se non per pregare, e aveva raccontato a un “dottore della legge” quella storia (cf. Lc 10,25), per dire che il “prossimo” è chiunque incontriamo sulla strada della nostra vita. La Sacra Scrittura è piena di narrazioni che interrogano la mente e solleticano il cuore: il seminatore, la pecora smarrita, il figliol prodigo, l’incontro con ammalati di ogni tipo. Il Concilio Vaticano II, afferma con autorevolezza che: «Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare sé stesso» (Dei Verbum, 6). Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici e a figli, con parole profondamente umane e divinamente rivelate. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia, un fatto, un evento e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona, rendendosi presente, e la conseguenza di questo atto è quella di scoprirsi conosciuti nella verità più profonda. È ciò è accaduto in Gesù Cristo. La Dei Verbum afferma ancora che l’intima verità sia di Dio che della salvezza dell’uomo risplendono in Cristo, e che Egli è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione (cf. 2). Papa Leone XIV nelle sue catechesi ordinarie sui Documenti del Concilio Vaticano II, a proposito della Parola di Dio, ha affermato: «Gesù ci rivela il Padre coinvolgendoci nella propria relazione con Lui. Nel Figlio inviato da Dio Padre «gli uomini possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina» (Dei Verbum, 2). Giungiamo dunque alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito Santo. Lo attesta a esempio l’evangelista Luca quando ci racconta la preghiera di gioia del Signore: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”» (Lc 10,21-22), (Udienza, Aula Paolo VI, 21 marzo, 2026). Gesù è la Parola di Dio, e impiega questo metodo di comunicazione per annunciare che il Padre non è un giudice, non ha tra le mani una lista. Lo racconta come un padre che corre incontro al figlio ravveduto (cf. Lc 15,1-3.11-32). La scelta di Gesù di parlare con un linguaggio semplice e diretto testimonia che le sue parole sono un deposito vivente. Attraversano il tempo e riempiono lo spazio. Sono capaci di provocare un accadimento tra il lettore e il contenuto stesso del racconto, qui e ora. Al centro di tutto questo troviamo il motore stesso che si trova all’origine di ogni conversione: lo Spirito del Dio vivente. Le parabole raccontate da Gesù provocano nel cuore del lettore, o dell’ascoltatore, una esposizione diretta. A una provocazione biblica, l’uomo è chiamato a manifestare una reazione esplicita. Viene messa in gioco la libertà della creatura. Inizia una nuova avventura, dove il lettore può addirittura arrivare a scrivere lui una nuova parabola evangelica, con la sua reazione e con il suo coinvolgimento diretto. Così, l’uomo, partner di Dio in Gesù, diviene capace di dare una interpretazione inattesa, nuova, inedita, perché al contempo diviene protagonista di quella vicenda, guidato, illuminato dalla forza interiore dello Spirito Santo. Sebbene quella stessa storia abbia potuto parlare in tanti luoghi, a molte persone e in diversi modi, quando raggiunge un cuore aperto, è capace di rivelare “del nuovo”. In realtà, questo “nuovo”, corrisponde a quanto si ha bisogno per il proprio cammino. «Dio parla al nostro cuore» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2562) proprio come nelle parabole: non per spaventare, ma per aprire porte, e attivare processi di cambiamento di vita. Agostino di Ippona affermava: «Le parabole sono come specchi: riflettono la luce di Dio e ci mostrano noi stessi» (Sermone 95). Non spiegano la verità, la rendono viva. Il Catechismo lo ribadisce: «Gesù parla in parabole per rivelare il mistero del Regno» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 546). Possiamo accorgerci anche noi quando una parabola resta addosso e motiva a cambiare il passo: il granello di senapa che sposta la montagna” (cf. Mt 17,20) non è un consiglio motivazionale, è la promessa che Dio lavora nel piccolo. Gesù non spiega il Regno, lo racconta con “storie di terra e cielo” —perché il cuore capisca prima della testa. E allora le parabole diventano domande: sono io il figlio che torna? (cf. Lc 15,18), Sono io il vicino che si ferma?” (cf. Lc 10,36). Non risposte preconfezionate ma inviti a guardare dentro, a entrare dentro il cuore della narrazione. Dio parla al cuore, e il cuore ha la sua logica, quella dell’amore. Dunque, è richiesta una disposizione dello spirito umano particolare, quando ci si accosta all’ascolto delle narrazioni operate da Gesù: silenzio, disponibilità a lasciarsi stupire, sino ad arrivare a dare una risposta a quella che è ritenuta la madre di tutte le domande, che continua a venirci incontro anche mediante queste storie: Gesù di Nazareth chi è? Cosa ha da dire a me, oggi? Cosa c’entra con la mia vita?”.

Carmela Romano

Puoi approfondire il tema con il testo di Ernesto Della Corte, Dio parla al cuore. Le parabole di Gesù, cliccando qui